Saverio La Ruina vs. il mondo dei ‘non-oggetti’

Pérez Andrés, J. (2022). ‘Saverio La Ruina vs. il mondo dei ‘non-oggetti». En S. La Ruina, Teatro. Imola: Cue Press

Una delle idee più chiaroveggenti e produttive di tutta la teoria linguistica del XX secolo è che il valore di un elemento concreto è dato da una duplice relazione: da una parte, dalla relazione sintagmatica che il segno stabilisce (in presentia e linearmente) con altri segni appartenenti allo stesso sistema nella stessa catena; dall’altra, dalle relazioni paradigmatiche (virtuali e in absentia) tra questo elemento e ciò che sarebbe potuto essere al suo posto. Il valore del segno (linguistico nel primo Saussure, poi applicabile a qualsiasi struttura significante secondo i semiologhi) viene dunque individuato in primis dal rapporto che questo stabilisce con gli elementi che li sono vicini e determinano il suo senso finale, ma anche dal rapporto con tutti quelli altri elementi che potrebbero essere al suo stesso luogo.

Non a caso mi viene in mente tutto questo mentre leggo l’ultima versione di Saverio e Chadli vs Mario e Saleh e considero con stupore come la lettura di un testo concreto è sempre condizionata dalle letture previe, cioè, della sua relazione sintagmatica con le letture precedenti. E lo dico perché – partendo della concezione in senso lato delle mie letture come una sorte di lunghissima catena di elementi significanti – ho letto Saverio e Chadli vs Mario e Saleh proprio dopo la lettura dell’ultimo saggio del filosofo svizzero di origini coreane Byung Chul-Han, Undinge: Umbrüche der Lebenswelt. Lo spunto centrale del libro (appena pubblicato in spagnolo col titolo No cosas: quiebras del mundo de hoy e non ancora tradotto in italiano quando scrivo queste righe) non è altro che, sulla scorta dei suoi titoli anteriori, mappare il processo di depersonalizzazione subito dalla società – soprattutto occidentale, ma prima o poi globale– in preda a un sistema techno-capitalista dove le relazioni interpersonali e lo stesso rapporto col mondo è ogni volta in più mediatizzato dai gadget capaci di trasformare il mondo reale in un mondo virtuale di Undinge, cioè, di ‘non-oggetti’. 

Rete sociali, fotografie digitali, telelavoro… non sono per l’autore altro che un anticipo del non troppo lontano ‘metaverso’, una realtà fintamente idealizzata popolata da finti oggetti e persone dove final e paradossalmente ci staremo tutti e non ci sarà nessuno. «Oggi – scrive Byung Chul-Han – rincorriamo l’informazione, senza acquisire conoscenza. Prendiamo nota di tutto, senza guadagnare consapevolezza. Comunichiamo costantemente, senza partecipare ad una comunità. Accumuliamo amici e followers, senza incontrare gli altri» (le corsive sono dell’autore).

Arrivati fino a questo punto, perché, e in che senso, il testo del filosofo coreano – una sorte di popstar della filosofia contemporanea – ha condizionato la mia lettura di Saverio e Chadli? Proprio perché, per ovvio contrasto, le opere di Saverio La Ruina (e parliamo senz’altro di Saverio e Chadli, ma lo stesso si potrebbe dire di Italianesi, Dissonorata, Polvere oppure Masculu e Fìammina…) possono servire non solo a controbilanciare questa deludente visione della società odierna, ma anche perché allo stesso tempo – ed è ecco qui la modernità del suo lavoro e del lavoro svolto da una parte importante dei più attuali drammaturghi italiani – le sue opere sono capaci di restituirci in pieno XXI secolo una delle più capitali funzioni del teatro, cioè, quella di approfondire, essendo lontano di qualsiasi vuoto sperimentalismo, nei conflitti umani in un modo diretto, vero e radicalmente incardinato nel proprio contesto sociale. Non por nulla, se dovessimo riassumere il teatro di Saverio La Ruina, queste tre parole, conoscenza, consapevolezza e comunità, di sicuro farebbero da impresdindibili guida nel nostro discorso.

Non voglio comunque replicare qui le solite parole, tantissime volte ripetute, sulla funzione sociale del teatro. Soltanto ricorderò come in un’epoca liquida (per usare la riuscita formula del polacco Zygmunt Bauman), caratterizzata da un individualismo sfrenato e dall’idea del cambiamento come motore sociale, in un contesto dove le tradizionali strutture che da secoli contribuivano a offrire i cittadini il senso di appartenenza ad una comunità particolare hanno purtroppo e definitivamente perso il suo peso specifico (ed è il Richard Sennett de La cultura del nuovo capitalismo chi parla ora), forse soltanto un teatro come il teatro di Saverio La Ruina è in grado di restituirci quel senso di comunità ormai quasi perduto portando in scena conflitti condivisibili in un modo diretto e personale, fortemente segnato dal particolare rapporto stabilito tra pubblico e attore nel hic et nunc dello spettacolo.

In questo senso, Saverio e Chadli vs Mario e Saleh, nello sdoppiamento tra drammaturgo-attore da una parte e autore-personaggio dall’altra, con questo suo succedersi delle vicende che hanno a che vedere non soltanto col personaggio ma anche col medesimo processo di messa in scena, non ci offre semplicemente una necessaria dose di realtà in un mondo ogni volta in più circondato di ‘non-oggetti’ (e, aggiungo, di ‘non-persone’), ma innanzitutto un rinovato strumento oggi più che mai indispensabile per capire la vita in tutta la sua consistenza, tangibilità e verità così come veramente è, aldilà dell’autoimposta e vacua modernità dei cellulari, di internet e del cyberspazio.

Dicevo prima che il valore di un elemento viene determinato non solo dalla relazione sintagmatica con gli elementi precedenti (in questo caso la lettura delle pessimiste elucubrazioni sul nostro futuro immediato di Byung Chul-Han in confronto con la visione umanista di Saverio, ancora piena di speranza per un mondo più umano), ma anche dal rapporto stabilito con tutti quelli elementi che potrebbero eventualmente apparire nel suo posto. 

Ed è qui, almeno per me, lettore ed editore purtroppo ignorante per ovvi motivi spaziali di gran parte del teatro italiano contemporaneo, dove il testo di Saverio acquista il valore di una propria e vera sineddoche, di una sorte de pars pro toto, nel momento in cui è capace di rappresentare da solo un modo molto particolare di fare teatro in Italia e di mostrare allo stesso tempo – di fronte al molto diverso teatro spagnolo attuale – rilevanti elementi in comune con il teatro italiano che conosco e che accomuna ad esempio, a mio avviso, alcune delle opere finora pubblicate nella nostra propria collana di testi teatrali (mi riferisco, appunto, a Amleto take away di Gianfranco Berardi, a Rumore di acque di Marco Martinelli e alle due opere di Dario De Luca, Il psicopompo e Il Vangelo secondo Antonio appena pubblicate a novembre 2021).

La lettura sintagmatica e paradigmatica dei testi di Saverio La Ruina – e quest’opera, Saverio e Chadli vs Mario e Saleh, è una mostra – non è alla fine altro che il contrappeso necessario a un terrificante mondo futuro di ‘non-oggetti’, il che in definitiva vale a confermare ancora una volta la costante e ineludibile urgenza della vera e atemporale essenza del teatro all’interno della comunità. E  questo, al contrario di quello che si potrebbe pensare, è senz’altro un segno di modernità.

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